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sabato 6 luglio 2013

Olio di Frittura

Anche questa settimana c'è tanta carne al fuoco. Gamberi di iperuranio che ardono nelle vastità eteree delle nostre menti.

Weekly Madness of today:
 FRITTO MISTO


(china, ecoline, digitale)


Sabato(cioè oggi) l' InFame Studio sarà a Melzo a un'altra esibizione di Live Painting dell'ormai consolidata serie di eventi Note di Colore, accompagnato da tre sballosi gruppi che allieteranno la serata.

Qui a seguire c'è la locandina dell'evento.
Il disegno è fatto dal compare Marco Caselli, mentre io ho curato i colori e la grafica.
Accorrete, dai.


domenica 12 luglio 2009

Se

Se un giorno
i pesci stanchi di navigare
sui mari salati decidessero
di sancire una tregua
all’atavico amoroso inseguirsi
di onde schiumose e nuvole,
impedendo
così
alla Terra
di fare capriole nel vuoto
allora,
un coperchio
di ruvido cartone nero
sarebbe sospeso
tra il cielo diurno e l’oceano,
e partorirebbe la notte eterna.

Se così fosse dunque
l’Universo piangerebbe grandine,
forando con piccoli buchi
la nera scorza del coperchio,
dai quali il Giorno
si affaccerebbe
per guardare l’innamorato marino
e dare vita alle stelle
rilucenti
cangianti
da fori di cartone.

giovedì 11 giugno 2009

Peni Marroni

prova prova blabla edit.
La Preoccupazione del Padre di Famiglia
Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. (...) Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore.
(F. Kafka)